Luigi Pirandello

Luigi Pirandello nasce a Girgenti, l’attuale Agrigento, nel 1867; il padre gestiva alcune zolfare, la madre apparteneva ad una famiglia di agiati commercianti. Compiuti gli studi liceali, frequenta la facoltà di Lettere all’Università di Roma, laureandosi poi a Bonn, dove rimase per un certo tempo come lettore di italiano. Il matrimonio con una compaesana viene combinato dalla famiglia, successivamente si stabilisce nel 1893 a Roma, dove per vari anni insegna stilistica italiana all’Istituto superiore di Magistero, dedicandosi nel contempo all’attività letteraria. Nel 1934 gli viene conferito il premio Nobel e due anni dopo muore a Roma.
Nella vita di Pirandello è opportuno sottolineare la formazione patriottico-risorgimentale, legata a tradizioni garibaldine nell’ambito familiare, e la conseguente delusione per la realtà politica di fine Ottocento.
Nel 1904 una frana nelle miniere di zolfo provoca il disastro economico della sua famiglia e di quella della moglie, che ne riporta una crisi nervosa, destinata ad aggravarsi nel tempo, che si manifesta tra l’altro con un’ingiustificata, patologica gelosia; ogni tentativo dl marito di dimostrare che la realtà non è come invece pare alla moglie risulta vano.
Nel 1924, dopo l’assassinio di Matteotti, Pirandello chiede la tessera del Partito fascista, anche se i suoi temi furono sempre tutt’altro che consoni al clima fascista.
Nel 1925 incontra Marta Abba, una giovane quasi sconosciuta che lavora nel teatro e la sceglie come prima attrice del Teatro d’Arte di Roma che aveva appena fondato. Per lei Pirandello nutre sino alla morte un intenso sentimento amoroso, che però limita volontariamente, vivendolo soltanto come ammirazione e amicizia, e per lei scriverà parecchie commedie.
Convivono dunque in lui una dimensione intellettuale rivoluzionaria, che si traduce in un’opera di costante demistificazione dei valori tradizionali, e un vissuto di uomo d’ordine; solo a conclusione della sua esistenza, del suo “involontario soggiorno sulla terra”, Pirandello si permise un gesto che è da interpretare come la trascrizione emblematica delle sue conclusioni intellettuali pressoché nichilistiche, della sua profonda convinzione della solitudine umana, tema costante della sua opera, lasciando per il suo funerale queste disposizioni: “Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni…Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi.”
